Canapa light: muro del proibizionismo e tolleranza zero

Canapa light: muro del proibizionismo e tolleranza zero

Tutti contro uno!

Muro del proibizionismo e tolleranza zero: il mondo della Canapa light si trova ad affrontare ostacoli insormontabili. Eppure i dati parlano chiaro. Alla pianta dalle foglie palmate essere sinonimo di “stupefacente” sta stretto. È simbolo di una mentalità chiusa e che ignora le sue vere potenzialità. Lo dimostra in ogni campo, medico- terapeutico, veterinario, edile, fashion e alimentare.

Quindi, perché ostinarsi a mettere i bastoni tra le ruote Agli operatori del settore?

Tanta ignoranza in materia. Non tutti sanno che la Cannabis non è tutta uguale.
Spesso e volentieri si spara a zero definendo “droga” quando “droga” non è. Un esempio? In Sicilia, un farmaco a base di Canapa sarà gratuito per i pazienti che, affetti da dolore cronico e neuropatico e da spasticità da sclerosi multipla, si rivolgeranno a strutture sanitarie pubbliche. A far discutere molto è anche l’uso e la vendita della Cannabis light. Nel 2017, la legge 242 ha reso legale la produzione e commercializzazione della
canapa con un contenuto di THC – l’attivo psicogeno – inferiore allo 0,2% (con tolleranza fino allo 0,6%), ma la diatriba se la commercializzazione delle infiorescenze sia legale o meno ha spesso diviso la Cassazione stessa.
Specchio di una contraddizione tutta italiana, fumarla è un reato perseguibile ma è venduta nei negozi e si può coltivare in casa.

Coltivazione home-made

È risaputo che non è reato coltivare la Cannabis in casa propria. Ovviamente a condizioni ben precise. Intanto l’unico utilizzatore del prodotto può essere la persona che materialmente si dedica alla cura delle piante. Queste ultime, poi, devono essere di dimensioni “minime” e
coltivate con “tecniche rudimentali”. Non è infine ammessa la vendita o la cessione a terzi, anche se familiari o amici, così come la fruizione di gruppo. Non è anche questa una contraddizione?


Social sotto accusa

Anche i social ci mettono lo zampino. Gli annunci sponsorizzati che osano menzionare il CBD (che sta per cannabidiolo, un metabolita non psicoattivo, ma con un effetto rilassante) vengono sistematicamente rimossi.
La domanda sorge spontanea: perché allora ne accettano il pagamento? Ma non solo. Al danno segue la beffa. Spesso e volentieri, infatti, la questione si chiude con la disattivazione degli account dei relativi esercizi
commerciali, senza alcun preavviso. Eppure, il regolamento di Facebook & Co. non fa menzione specifica della molecola in questione. Il Faccialibro
sottolinea di riservare “a sua esclusiva discrezione”, il veto di promuovere la vendita di “integratori di dubbia sicurezza”. Tutto qui. A pagare lo scotto di questa ambiguità di contenuti sono ovviamente gli esercizi commerciali. Questi, infatti, si trovano a portar avanti un’attività del tutto in regola soprattutto dal punto di vista fiscale, ma oscurata da un’ombra di pseudo illegalità.

scritto da Lauretta Belardelli

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