Terreno fertile per la Cannabis: quale il migliore?

Terreno fertile per la Cannabis: quale il migliore?

Anche la Cannabis ha bisogno del terreno giusto per prosperare

La Cannabis è senza dubbio una pianta con una adattabilità estremamente elevata, capace quindi di adattarsi a moltissimi tipi di suolo e substrato. Basti pensare che in alcuni luoghi dell’Asia occidentale questa pianta si comporta spesso come un infestante. Se si vuole però massimizzare la resa della pianta di Cannabis, allora la scelta del giusto suolo o substrato è fondamentale.

Il suolo migliore

Il suolo più adatto per la Cannabis va selezionato valutando diversi parametri. Prima di tutto bisogna far in modo che questo si trovi in un clima caldo e con una buona esposizione al sole. È altresì necessario verificare il pH del terreno, che deve idealmente aggirarsi tra il 5.2 e il 6.8, per permettere ai nutrienti di essere assorbiti in maniera ottimale.

Un altro elemento da tenere in considerazione è la consistenza del terreno. Questo infatti deve poter drenare l’acqua in modo efficace, per far sì che non si formino dei ristagni idrici, che possono essere deleteri per le piante, causando marciumi radicali potenzialmente letali. Ciò non si significa però che il terreno debba essere estremamente sabbioso o composto solamente di pietre: l’ideale è la presenza contemporanea di argilla e silt, che garantiscono una presenza costante di acqua e nutrimenti.

Cosa mettere nei vasi

Come abbiamo visto in passato, la Cannabis può crescere sia nel suolo che in vaso, specialmente per quanto riguarda le coltivazioni indoor. Se la scelta del suolo è determinata anche dal luogo in cui si desidera, quando si coltiva in vaso è possibile scegliere la miscela perfetta per la crescita della pianta.

In questo caso le opzioni sono molteplici, ma sicuramente i due componenti principali sono il terriccio organico e i substrati. Mentre alcuni coltivatori preferiscono i terricci organici, che assicurano una prima dose di nutrimenti alle piante in maniera naturale. Questa scelta è spesso fatta a favore di una bassa mortalità iniziale delle piante.

Chi invece sceglie di usare solamente substrati inerti, quindi privi di ogni nutrimento, lo fa per poter controllare in maniera esatta quali nutrimenti riceve la pianta in ogni fase della sua vita. Questo è essenziale ad esempio per poter garantire una ripetibilità dei processi, volta a garantire un’eccellente qualità del prodotto.

Per i coltivatori alle prime armi, è consigliabile la scelta di un terriccio organico puro o mischiato con dei substrati inerti per migliorare il drenaggio. In un secondo tempo si potrà passare a substrati come perlite, lana di roccia, argilla espansa o fibra di cocco, più difficili da gestire ma con un potenziale di produzione decisamente più interessante.

La rotazione è sempre importante

Come per ogni pianta, è fondamentale ricordare che l’utilizzo ripetuto dello stesso suolo o terriccio diventa controproducente. Coltivare sempre la stessa porzione di suolo, decisione spesso derivata dalla mancanza di spazio coltivabile, può portare all’insediamento di patogeni nel suolo che possono decimare il raccolto. Per questo è importante ruotare le coltivazioni e, ogni due o tre cicli, lasciar “riposare” il terreno per un intero ciclo produttivo.

Questo problema non si pone invece nelle coltivazioni indoor. In questo caso, infatti, è sufficiente svuotare i vasi al termine del ciclo di produzione per riempirli nuovamente con terriccio o substrati freschi.

Articolo a cura di PrimeroRoma.it

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