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Le università dove studiare il business della cannabis

Si moltiplicano i corsi di studi per formare i professionisti nel settore della marijuana legale. Anche in Italia alcuni atenei si affacciano al nuovo mercato

Negli Stati Uniti la cannabis legale e la sua economia diventano materia di studio. Un nuovo corso in Colorado offrirà la prima laurea che fa riferimento esplicito a biologia e alla chimica della marijuana. Si svilupperà su quattro anni e nasce dall’esigenza di cogliere le opportunità che la graduale legalizzazione delle droghe leggere dischiude oltreoceano.

Non è una laurea per fare festini”, spiega David Lehmpuhl, il rettore della Colorado State University (circa 4.000 iscritti), in un’intervista a Quartz, aggiungendo che il percorso universitario è molto rigoroso e si basa basato sullo studio di chimica, matematica e biologia avanzata. L’università-Pueblo è già la sede di un centro studi sulla cannabis finanziato dallo Stato e Lehmpuhl dice che il nuovo corso addestrerà gli studenti in laboratori professionali dove potranno approfondire l’estrazione dei principi attivi della pianta, l’analisi del suolo e gli effetti della sostanza sul corpo umano.

Abbiamo osservato l’industria, il settore nel suo complesso e quello di cui hanno bisogno gli studenti per trovare lavoro”, spiega Lehmpuhl: “Ci sono un sacco di soldi da fare in quest’area, che chiede sempre più lavoratori”.

La frontiera statunitense

È importante ricordare come il college del Colorado non sia l’unico pioniere di questo nuovo programma sperimentale. Tre anni fa, negli Stati Uniti, la Northern Michigan University ha lanciato un corso di laurea su scienza e business della coltivazione della marijuana. Anche la Cornell University di New York, l’Università del Maryland e la McGill di Montreal, in Canada, offrono corsi specifici, certificati, e corsi di laurea con un focus specifico sulla marijuana. Nel luglio scorso, il Max Stern Yezreel Valley, in Israele, ha annunciato un programma di studi sulla cannabis per usi medici.  

A dire il vero, si è parlato per anni di presunte marijuana universities sparse per gli Stati Uniti, in particolare nell’ultimo decennio, vale a dire da quando le battaglie per la legalizzazione sono diventate mainstream, influenzando il dibattito politico e portando a riforme importanti. Ma quasi sempre si trattava di scuole decisamente sui generis, che aprivano i battenti con lezioni informali per lo più nelle città più “progressive” e consistevano in workshop a pagamento che non rilasciavano alcun credito.

L’unicità del corso del Michigan sta nell’essere il primo di inserire la parola cannabis nel nome – scelta che ha attirato una notevole attenzione da parte dei media e degli aspiranti studenti, ma anche numerose battutine. Il programma avrà due possibili indirizzi: “prodotti naturali” pone una maggiore enfasi sulla biologia, mentre “analisi” è più focalizzata sulla chimica.

In un Paese come l’America in cui sono oramai 29 gli Stati in cui è stato legalizzato l’utilizzo della marijuana a scopo medico, mentre in otto è possibile farne uso anche a fini ricreativi, la sensazione è che questo tipo di conoscenze sarà sempre più richiesto dalle aziende private e pubbliche.

Timidi tentativi in Italia 

Nella Penisola, tra gli esperimenti degni di nota in tal senso vanno annotati quello della facoltà di Scienze politiche, sociologia e comunicazione dell’Università La Sapienza di Roma che ha fatto partire a fine ottobre 2019 un laboratorio intitolato “Analisi socio-economica del mercato della cannabis”, e si inserirà nel corso di laurea magistrale in scienze sociali applicate. L’animatore del progetto è Marco Rossi, professore di Economia politica e tra i più attivi ricercatori italiani sui modelli economici legati al mercato della marijuana.

Presso l’università degli Studi di Padova, uno dei master ospitati dal Dipartimento di Neuroscienze prevede attività di ricerca finalizzata all’uso della cannabis sativa in ambiti farmaceutici, medicinali, agroindustriali e alimentari, e ha un costo di circa 2.000 euro.

Ma c’è mercato?

Il problema, come in altri ambiti universitari in Italia, è che gli studi non sembrano seguire l’offerta effettiva di lavoro. Diversi studi parlano periodicamente di cifre colossali per quanto riguarda il potenziale mercato della cannabis legale: addirittura dai 7 ai 30 miliardi di euro potenziali nel giro dei prossimi dieci anni, includendovi anche l’indotto, secondo una ricerca londinese.

Negli anni ’40 del Novecento l’Italia era il secondo maggior produttore mondiale della canapa dopo l’Unione Sovietica, prima che gli effetti stupefacenti della pianta convincessero le autorità a sospendere la coltivazione. Da qualche anno la cannabis è stata riscoperta. I terreni coltivati nel giro di cinque anni sono aumentati di dieci volte, riporta la Coldiretti, con un giro d’affari che tuttavia non supera i 40 milioni di euro.

Una valutazione più realistica a livello europeo è quella dell’Associazione europea canapa industriale (Eiha), secondo la quale sul mercato europeo il valore del Cbd (la sostanza nota anche come “cannabis light” ma non psicoattiva) per uso farmaceutico è attualmente di circa 2 miliardi. 

Al di là delle stime spesso poco attendibili su questo settore, il vero problema del suo sviluppo è l’incertezza in cui versa ancora il quadro normativo, e il continuo oscillare dei legislatori tra innovazione e tolleranza zero.

La legalizzazione delle droghe leggere sembra ancora lontanissima in Italia, dove regna un’atmosfera politica che sembra premiare la voglia di ordine e di Stato forte. È difficile pensare che i ricercatori del futuro possano trovare qui da noi uno sbocco professionale così sicuro.

Articolo tratto da https://www.wired.it/

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